Racconto vincitore dell'edizione 2001

OLTRE LA FINE DEL MONDO
di Enrico Faggioli

Osservo il volo dei gabbiani ed una voce mi sussurra ricordi. La ascolto attentamente: so che viene dal cuore e si nutre di sogni. L'oceano, oltre la vetrata, è un magma ribollente che riflette il senso della mia vita: un filo invisibile sopraffatto da mille correnti ed attirato verso l'abisso, verso un nulla pieno di misteri nel quale, lo so, vi è una verità che mi sfugge. Sulla mensola del camino fa bella mostra di sé la foto di mia madre. La guardo compiaciuto perché è uno dei pochi tesori che mi sono rimasti, un legame forte con ciò che ho sempre immaginato fin da bambino senza, tuttavia, avere il coraggio di andarlo a cercare di persona. È rimasto tutto lì, diviso tra un album ingiallito e la mia mente, dipinto con colori ad acquerello dai racconti di mio padre e di mio nonno, che avevano la capacità di animare un mondo di carta ed immagini in bianco e nero. Sono tutti con me, e mi parlano. La mia terra, la nostra terra. Quel paese da qualche parte oltre i confini del visibile che io ho conosciuto solo indirettamente, attraverso storie che parlavano di miseria, di soprusi, di fame. Eppure doveva essere un paese bellissimo, se avevano voluto portarne un pezzo con loro qui, a Puerto do Sur.

La città era un'altra cosa, ai primi del Novecento. Non c'erano, come oggi, gli alberghi a quattro stelle per accogliere i turisti. Punta Silverado non era una spiaggia di sei chilometri candida come zucchero a velo, ma un susseguirsi ininterrotto di moli dove attraccavano le navi carboniere ed i piroscafi che rigurgitavano a terra, ogni giorno, un carico di disperati: nuove braccia per le miniere o per i Docks delle compagnie di navigazione. Le baracche degli emigranti si arrampicavano sulle colline in una Babilonia senza fine, che cresceva furiosamente come un cancro maligno in tutte le direzioni. C'era una logica, in fondo: polacchi con polacchi ed italiani con italiani. Nel mezzo, discreti, gli ebrei russi e tedeschi. Ma quelli erano un caso a parte: da sempre non avevano terra e la loro origine se la portavano dentro senza bisogno di evocarla ricostruendo un pezzo d'Europa  nell'emisfero australe. Noi eravamo diversi: esorcizzavamo l'ignoto di ciò che ci aspettava evocando ricordi struggenti, come la processione di San Cristoforo o, come dicono qui, San Cristobal. Uno spaccato d'Italia che la gente di Puerto do Sur apprezzava, perché c'era una qualche affinità tra noi e loro, almeno per quel che riguarda la fede in Dio. Non fu difficile, per la mia famiglia, ambientarsi in Argentina.

Mio padre sperava nel futuro pur senza rinnegare il passato, sforzandosi di non dimenticare mai quell'angolo di mondo dal quale proveniva. Per me ed i miei fratelli fu più difficile ricordare, anche perché eravamo nati qui e quel paese affacciato sul Golfo degli Aranci non lo avevamo mai visto, se non con gli occhi della fantasia. La sera, accanto al fuoco, quando l'oceano mugghiava ammonendo chi osasse sfidarlo prendendo il largo, ascoltavamo storie di amore e morte, di tradimenti, di leggende che nostro nonno interpretava con una passione quasi teatrale. La ballata dell'arciprete innamorato della figlia della "Gna" Carmela; la storia di Totonno u scemu, che tanto scemo non era, se s'era sposato la figlia del barone Scicchitano. E poi il viaggio di Vincenzo Lo Pesce, che con la sua barca era arrivato fino alle coste del Marocco, aveva dato un'occhiata in giro e aveva deciso che non valeva la pena di fermarsi, perché i poveri di laggiù erano tali e quali ai poveri nostri, solo un poco più neri. Papà rideva, mentre il nonno parlava. Mamma, al contrario, faceva scendere qualche lacrima. Discretamente, certo, senza farsi accorgere. La sua memoria percorreva sentieri sconosciuti, che sapevano di profumo di mandorli in fiore e zagare, di veli bianchi da sposa e calici di vino liquoroso, di segreti sussurrati da sua madre, con vergogna, avanti che scendesse la notte, la sua prima da donna. Il pensiero andava a lenzuola bianche macchiate di sangue, stese alla finestra perché tutti potessero sapere; alla passeggiata del giorno appresso sui viottoli polverosi, a piedi nudi, sottobraccio a mio padre, la testa alta ed il busto eretto, i capelli lunghi e lisci irrorati d'oro dal sole luminoso del mattino. E il vento dal mare portava l'odore di salsedine, proprio come a Puerto do Sur. A volte mi chiedo se lei, chiudendo gli occhi e respirando a fondo, non vedesse un'altra luce ed un altro cielo, lo stesso che adesso vedo io, vecchio e stanco, pur non avendolo mai conosciuto. Le mani mi tremano, com'è logico che sia per l'età. Reggo il mio passato a fatica sfogliando le pagine del diario che tengo da quando avevo tredici anni. Ascolto le note di una fisarmonica che escono miracolosamente dai fogli spiegazzati: percorro gli anni all'indietro con gli occhi del cuore, sino ad arrivare ad un fuoco acceso sulla rena. Trovo la mano di una ragazza, la pelle brunita che la fa inequivocabilmente appartenere alla mia stessa terra, lo sguardo compiaciuto ed insieme vigile dei nostri genitori. Rammento uno strano incrocio di tarantella e tango argentino, il profumo della resina bruciata, tutte le stelle del cielo, Il primo bacio scambiato con quella che sarebbe diventata mia moglie.

Bussano alla porta: sorrido al pensiero di non aver mai voluto installare un normale campanello. È molto meglio così, mi dico. I colpi sul legno rivelano la personalità del visitatore e mi permettono di capire se è un amico. So già, prima ancora di vederlo, che si tratta di Miguel. Porta un nome argentino anche se è italiano come me. Mi chiede se ho voglia di fare due passi sino alla spiaggia, ai piedi della scogliera.
«Va bene» gli rispondo. «Tanto, non ho nessun impegno.»
Il vento soffia con insistenza scompigliandoci i capelli mentre scendiamo lungo le nere rocce basaltiche. Miguel non parla, mi accorgo che è più triste del solito: gli chiedo perché. Fissa a lungo il mio volto, o qualcosa che forse vi si nasconde dietro, non so. Poi guarda la linea dell'orizzonte e sospira.
«Si può sapere che accidenti ti piglia?» gli chiedo senza sforzarmi di nascondere l'irritazione.
«C'è che sei un maledetto guastafeste, Antonio. Non voglio andare in Italia da solo...»
Dunque è questo il problema, avrei dovuto aspettarmelo. Prendo tempo e mi siedo sulla rena, poco distante dalla battigia. Adesso sono io a rimanere in silenzio a guardare il mare. Mi sembra di vedere bambini che nuotano ad una decina di metri dalla riva: uno di loro sono io, quello che si è appena tuffato è Miguel. Se mi voltassi adesso e guardassi verso il molo, sono certo che scorgerei mio padre che ci sta discretamente sorvegliando. 
«Sai bene come la penso» rispondo dopo essere arrivato alla fine dell'eternità ed averne fatto ritorno. «Non voglio.»
Miguel allarga le braccia ed alza gli occhi al cielo: 
«Ma perché, maledizione? È tutta una vita che parli del paese, della Sicilia, dell'Italia... e adesso che abbiamo la possibilità di tornarci non vuoi? Ma ti rendi conto che non ha senso?»
«Ce l'ha eccome» rispondo con un sorriso. «Guardati intorno, Miguel: cosa vedi? Guarda il cielo: vedi quell'aereo? È un 747. Sai quanto impiegherà ad arrivare in Europa? Meno di un giorno. Sai quanto durò la traversata di nostro padre e nostra madre? Sei settimane!»
«E con ciò? Non è una cosa meravigliosa? Quanto tempo abbiamo a disposizione? Siamo alla fine del cammino, Antonio: ogni istante guadagnato è rubato a Dio. Possiamo incontrare il nostro passato, amico mio: facciamolo prima che sia troppo tardi.»
Possibile che non riesca a capire? Gli parlo rassegnato, tanto so che non mi ascolterà.
 «È proprio questo il punto» dico. «Non incontreremo il nostro passato, non troveremo nulla di quel che cerchiamo. Quel mondo che pensiamo di conoscere vive solo dentro di noi, nel nostro cuore, in parole che stanno ormai fuggendo dalla memoria. Ricordi com'era Puerto do Sur, un tempo? Cosa puoi trovare di identico ad allora, adesso? A parte il mare, forse. Non provi mai un senso di smarrimento, di sconcerto? Non ti sembra di vivere altrove? No, Miguel. Sono spiacente, ma non voglio rovinare i miei sogni. Ciò che porto dentro è la mia unica ricchezza, e non intendo perderla. Verrei con te, se solo si potesse attraversare il mare percorrendo il tempo a ritroso, ma non si può.»
Mi schernisce ma la sua ironia ha dei riflessi amari, perché in fondo, anche se non lo vuole ammettere, sa che ho ragione. Dice che sono un vecchio pazzo, che preferisco cercare la vita in un album di fotografie piuttosto che viverla davvero, che mi spegnerò come una candela consumandomi gli occhi inutilmente. Non gli rispondo nemmeno; lascio che se ne vada imprecando. Non ascolto il suo borbottare furioso, preferisco lasciarmi cullare dal rumore delle onde. So che gli passerà; so anche che, prima o poi, al paese tornerà davvero. So che ci andrà senza di me. Non posso farci niente, comunque: il mio destino è qui perché non ho bisogno di trovarmi altrove. 
Qui sono i miei figli, da qualche parte oltre il canale e le pianure, su a Buenos Aires. Qualche volta, spero, li vedrò ancora. Magari a Natale, se il cielo mi concederà di arrivarci. 
Qui è mia moglie, sulla collinetta dietro la casa, accanto ai miei genitori ed a mio nonno. Potrei forse abbandonarli? Dovrei smettere di custodire gelosamente tutto ciò che hanno rappresentato? Se ogni uomo ha una missione, conosco la mia: ricordare.
Il grido rauco di una procellaria mi riporta alla realtà, alle nubi grigie che vanno riempiendo l'orizzonte. Conosco l'oceano, e so quando si sta preparando una tempesta. Meglio rientrare, magari passando dalla collina per fermarmi a salutare le persone che ho amato. Arranco sulla salita fingendo che gli anni non contino, ma le gambe non sono più quelle di una volta. Spingo la cancellata arrugginita che si lamenta per quella violazione inaspettata. I cipressi mi salutano inchinandosi al soffio del vento. Di quassù, nelle giornate limpide, si può vedere il promontorio di Punta Blanca: i miei avevano scelto la collina, come ultima dimora, proprio per questo.
Mi siedo sul cippo di marmo accanto alla tomba di mia moglie. Accarezzo la foto nella cornice ovale con un tocco leggero delle dita. Ho l'impressione che Teresa mi sorrida, ma è ovvio che non è possibile: a volte, gli scherzi giocati dalla luce sono strani. Vorrei un consiglio da lei, o da mio nonno che riposa un poco più in là. Ascolto i rumori assordanti del silenzio e mi sento leggero come un giovanotto di vent'anni. Recito mentalmente una preghiera e rifletto sul senso della vita: ne colgo uno solo nella sua fine.
Sì, so di avere fatto la scelta giusta. Non sarà con un aereo che tornerò al paese: prenderò un piroscafo, uno come quelli dei vecchi tempi, con i fumaioli dipinti a strisce nere e rosse. Salirò sull'ultima corsa utile ed il nocchiero, chiunque esso sia, mi condurrà attraverso un mare placido, oltre cortine impenetrabili di nebbia. E ci sarà un porto sicuro ad attendermi, dove i miei cari mi verranno incontro sulla banchina; mi abbracceranno e racconteranno cos'hanno fatto in tutto questo tempo. 
Mi guarderò in giro smarrito e rincuorato al tempo stesso, perché non riconoscerò le calli, i lastricati umidi dell'aria di mare, le vecchie case arroccate una sull'altra, ma saprò che tutto mi è amico. E lei sarà là, oltre le mura dipinte in colori pastello, i capelli sciolti che danzano in un vento luminoso...  e tutt'intorno vi sarà il profumo di zagare. 
Mi specchierò nei suoi occhi nocciola e scoprirò di essere tornato il suo giovane sposo, ed insieme ammireremo quell'angolo di paradiso dove il mio mondo, lo so, ne sono certo, è andato a nascondersi.
Ho freddo. La sera è scesa più rapidamente di quanto pensassi. Mi incammino verso casa e guardo il cielo: le stelle si stanno accendendo ad una ad una. Le osservo attentamente nel loro scintillio e mi chiedo, con un'inspiegabile dolcezza nel cuore, quale sarà la mia.. 


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