La profonda religiosità di Guareschi
Monsignor Galli, Vescovo di Fidenza, riconosce la sua autentica schiettezza morale.

BUSSETO 
La sera del Mercoledì Santo, il Santuario di Madonna Prati era gremito di gente venuta ad ascoltare considerazioni e riflessioni su Giovannino Guareschi. I relatori, par-tendo da alcune delle pa-gine più belle del don Ca-millo guareschiano, hanno parlato della figura del pre-te in Guareschi.
La proposta dell’Associazione Madonna Prati, che si ripeterà ogni anno il mercoledì di Pasqua, è stata accolta con grande in-teresse da un pubblico ansioso di rivivere le storie del prete della Bassa.
Don Camillo è alla base di tutta la religiosità di Giovannino Guareschi, descritta in profondità dall’analisi del Vescovo di Fidenza monsignor Maurizio Galli e del presidente del «Club dei ventitré» Giovanni Lugaresi.
Questo tema si e inserito perfettamente nell’atmosfera pasquale di questo appuntamento. Suggestiva anche la cornice musicale offerta dalla Corale di San Donnino - Città di Fidenza, diretta dal maestro Chiapponi che, con la soprano Elisabetta Villani, aprendo e concludendo la serata presentata da Egidio Bandini, ha proposto arie verdiane.
Fede, libertà, obbedienza e carità, sono alcune delle qualità di un prete come don Camillo: «Una figura inventata, prenden-do spunto da diversi sacerdoti che sono veramente esistiti, uomo di fede ma anche di grande spirito pratico. Un prete che sta tra la gente per portare a loro Dio, che si occupa del-le loro anime ma anche dei loro corpi», ha detto Gio-vanni Lugaresi.
La religiosità più autentica di Guareschi emerge nei dialoghi tra don Camillo e il Cristo Crocifisso dove la fede, la libertà e l’obbedienza del sacerdote si alternano formando uno splendido quadretto in cui l’uomo di chiesa, pur con tutti i suoi limiti e peccatucci, rivela il suo stretto rapporto con Dio.
La speranza incrollabile di chi è convinto che Dio non l’abbandonerà mai è stata illustrata da Lugaresi descrivendo due cele-bri brani raccolti in Don Camillo e il suo gregge, quello della «Via Crucis», quando don Camillo, tra-sferito per le sue intem-peranze caratteriali nel paese Monterana, decide di portare con sé in una terribile marcia notturna il suo Cristo Crocifisso «enorme tutto di rovere», e quello de «La volante» in cui il prete e il sindaco partono in moto per portare all’ospedale il figlio di Peppone gravemente malato.
Ad un certo punto don Camillo, nel mezzo della corsa disperata, a modo suo affida la sua preghiera a Dio, dicendo: «Gesù dammi ancora del gas!». «In quest’episodio, alla fine quello che conta è il valore della vita - ha commentato monsignor Galli - in essa si possono cogliere i tratti principali di un prete come don Camillo, non moderno ma essenziale. In lui Guareschi trasferisce quello che pensa e la sua religiosità tradizionalista, poco incline ad accettare le novità, fortemente legata ai valori della sua educazione e della famiglia a cui è rimasto attaccato nei momenti difficili della sua vita senza mai accettare in materia morale compromessi». Un uomo tutto d’un pezzo che ha preso l’immagine a lui più famigliare, quella di un prete, per descrivere i fatti del suo tempo ed insegnare come si deve vivere.
«Probabilmente un’ado-lescenza sfiorata dal fascino della vocazione sacerdotale - ha proseguito monsignor Galli - altrimenti come spiegare un’analisi così sottile del prete, in forma un po’ burlesca ma in fondo poetica e solenne».
Non è vero quindi che in Guareschi vi sia una de-risione dei sacerdoti. Anche Peppone è considerato in tutta la sua dignità di uomo. Don Camillo è un prete in mezzo alla gente che si «imbratta» anche dei vizi della gente. Un sacerdote sui generis, mai con il breviario, sempre davanti alla croce e mai al San-tissimo, che si compiace della sua diversità. Generoso anche se spesso incline all’egoismo per le sua animosità nella scontro politico, ma sempre ripreso dal Cristo che riporta don Camillo al giusto equilibrio sulla strada della generosità.
«Guareschi è una persona sensibile e fragile che è colpita dai contrasti della realtà e né soffice. Come si può capire leggendo il bel racconto «Le lampade e la luce» (ripreso anche da Lugaresi che l’ha scelto come titolo del suo libro sulla fede e l’umanità in Guareschi) l’autore vuole accendere la luce della sua lampada affinché tutti gli altri, che come lui sono nella stanza buia, possano accendere le loro lampade e capire meglio la realtà. Da un’unica idea può scaturire le luce di cento lampade».
Nelle sue pagine c’è tutto il conflitto ideologico di quegli anni che tuttavia e sempre superato nella sincerità e genuinità dei rapporti umani. «A questo riguardo - secondo l’analisi di sua eccellenza - bella è la figura del Vescovo, non tanto perché è un vecchietto, ma perché è ingenuo e accogliente, non chiede la tessera di partito, arriva in paese, incontra il sindaco Peppone e fa festa con lui».L’ultima considerazione di monsignor Galli è sulla figura di Guareschi a lungo trascurata: «Molte volte una persona bisogna che muoia perché sia effettivamente conosciuta, è una legge della vita che la stessa Pasqua ci ricorda».

Cronaca della serata del 31 marzo 1999, di Carlo Donati, Gazzetta di Parma, 9.4.1999