Racconto vincitore dell'edizione 1999 

SEDICI  MINUTI
di Cecilia Tanzi

 Notte. Come cala lenta la notte in questi giorni di primavera, lenta ma inesorabile, senza possibilità di appello, in un cielo che non dà tregua. Non c'è più speranza, ordinano di partire; qualcuno farà il giro del campo per controllare, fra le luci accecanti come un lugubre presagio d'asfalto lucido e ombre di curiosi sulla collina, in attesa: il sentore di umido che sale dall'erba, le loro sagome scure nella luce lunare ed io chiuso in questo stomaco di latta, aspettando di essere risputato o digerito.
 Qui dentro è troppo stretto, mi sento soffocare, da dove viene questo caldo che toglie il respiro, perché non lo sentivo durante le esercitazioni?
 Ora si decolla; i soliti segnali e la terra è già lontana. Fuori soltanto il ricordo del cielo in quest'aria rarefatta: devo cercare di respirare, con calma, ritmicamente, come insegnano gli istruttori di volo, ma sento solo il sangue pulsare come un pugno alle tempie e il sudore che scende nelle narici e soffoca il respiro.
 Sedici minuti. Bastano sedici minuti per raggiungere il bersaglio e questa volta niente finzioni; le armi, il fragore, il fuoco, il sangue, la gente, le urla: tutto vero, perfino la morte. Dicevano che sarebbe stata un'operazione chirurgica, ma le ferite si allargano, lo immagino dagli occhi dei bambini e non ci saranno punti di sutura a cicatrizzare il dolore lacerante delle grida che non sentirò, della paura che non leggerò sui volti di quella gente che da qua somiglia solo ad un branco di formiche impazzite fra il bagliore delle mie bombe. Perché ogni ordigno che porto ha scritto il mio nome e non basteranno gli anni a cancellarlo, come un epitaffio su di una tomba.
 Facciamo la cosa giusta, devo ripetermelo, combatto un nemico che uccide innocenti ed è per loro che ora conto questi minuti che mi separano dal bersaglio. È solo la guerra ed io eseguo gli ordini, nient'altro.
 Ora sotto di me c'è il mare; somiglia tanto al mio, a quello che si vedeva dal faro di mio nonno, a Batz, nel Finistère, quando certe notti ci sedevamo uno accanto all'altro e lui fumava riempiendo l'aria limpida e scura di piccoli anelli bianchi; anche lui aveva fatto la guerra ed era poco più di un ragazzino. Diceva che non ci sono guerre pulite, che tutte hanno il sapore del fango e del sangue rappreso, che ogni notte si respira soltanto l'odore acre del fumo, delle ferite infette, dell'alcool di pessima qualità che bevono i moribondi. Non si era più ripreso mio nonno dalla guerra, anche quando stava di guardia al faro o se ne andava a pescare gli si leggeva in faccia che ci pensava, che un tempo era stato un uomo diverso, mentre ora non aveva in sé che lo spettro di quelle interminabili notti; mi diceva che la guerra non gli aveva dato scelta, ma soltanto un nemico che lui non conosceva.
 Non so perché penso a lui, proprio ora che i minuti scorrono così velocemente: ne mancano solo dieci e questo ventre mi fa paura, forse non lo controllo nemmeno, mi inghiotte e nient'altro...
 Mio nonno era un assassino: lo ripeteva in continuazione. Diceva che la guerra lo aveva reso tale, senza possibilità di assoluzione, ma con l'atroce condanna della libertà, di una croce al valore, di una vita intera in cui evocare i propri morti: a lui non pesava tanto il ricordo dei fratelli persi in battaglia, quanto quello degli sconosciuti che aveva freddato sui campi di quella sua terra che amava e che sentiva impregnata di sangue. Non sorrideva mai mio nonno; stava immobile ore ed ore come a chiedere scusa di esistere ancora, nonostante l'orrore, come a rimpiangere il proiettile che non lo aveva mai raggiunto e quando mi guardava sentivo che si vergognava.
 Potessi parlare con qualcuno sopporterei meglio questo caldo soffocante, quest'ansia che mi blocca la gola e mi stringe dall'interno come un artiglio, non penserei a mio nonno e alla sua vita consumata nell'assurdo rimorso di aver fatto qualcosa di necessario e vitale, di aver reso possibile la vita di altra gente. Qualcuno deve morire; non c'è che questa guerra per avere finalmente un po' di pace. In fondo mio nonno non era che un vecchio pazzo, inebetito dal mare e dalla salsedine, dalle troppe notti passate all'addiaccio. Quando mi arruolai nell'esercito ricordo che mi guardò come se mi vedesse per l'ultima volta; dentro di sé sperava, come ultima illusione della sua vita spezzata, che avrei fatto anch'io il pescatore nel Finistère, lontano dall'odio e dagli incubi che erano stati suoi, cosi il giorno che lasciai la nostra casa non seppe nemmeno salutarmi, forse perché non si saluta chi si sa di dover rincontrare, prima o poi, in quello stesso inferno.
 Non ho mai avuto un padre o una madre con cui piangere: i miei morirono in un incidente, in una giornata di luglio e non c'era la guerra e allora perché dovrei soffrire al pensiero dei bambini che stasera lascerò orfani sotto questo cielo di metallo?
 Mio nonno diceva che sarebbe morto come un assassino, senza la pietà del Cielo, proprio lui che non mi ha mai insegnato a pregare, così che ora non so nemmeno che nome abbia Dio per chiamarlo in mio aiuto, in aiuto di quelli che nonostante me stesso sono costretto ad odiare e combattere. Un giorno il mare se lo prese mugghiando come impazzito per il dolore, come ad esaudire l'ultimo desiderio di quel vecchio che aveva amato me soltanto e forse per questo era rimasto vivo, nonostante le voci dei suoi morti.
 Al bersaglio mancano ora quattro minuti; forse è soltanto un'impressione, ma in lontananza mi sembra già di intravvedere qualcosa, eppure io ho bisogno di più tempo, devo ancora pensare e ricordare. Come hanno reso piccolo questo mondo che da bambino, sulla riva, mi sembrava terribilmente enorme, talmente sconfinato da averne paura e c'era bisogno della mano di mio nonno per immaginarne i confini, l'hanno fatto piccolo come lo stomaco di questo aereo, come una strada di sedici minuti. Troppo brevi questi spazi annullati, strappati dal fragore del fuoco, troppo fragile e inerme questa terra straziata fin nelle viscere, violata nel ventre ancora vergine, inesperto di vita ed io troppo giovane per credere che l'odio sia l'unica speranza per un possibile amore.
 Mio nonno voleva essere sepolto in mezzo ai morti senza nome, quelli a cui aveva sparato in piena faccia distruggendone gli occhi, i volti, le piccole rughe d'espressione, l'ingenuo sorriso di chi crede di ritornare, senza sapere dove; così il mare lo aveva accontentato, stringendolo fra le sue onde in un abbraccio fatale, dissolvendo la sua carne con il sale, sciogliendo il suo corpo fra gli altri già presi, perché l'oceano non fa differenze fra ebrei o cristiani, tedeschi o francesi, valorosi o vigliacchi e mio nonno lo sapeva.
 Siamo sul bersaglio ora, non mancano che pochi istanti: io riesco solo a vedere il puntatore e il pulsante per lo sgancio delle bombe; sotto di me sembra tutto così silenzioso, come in un plastico. Forse è solo un incubo e fra un attimo mi sveglierò ancora bambino, con il rumore della corrente e la luce delle notti nel Finistère.
 Questa guerra non ha più nulla di catastrofico: è diventata come un videogame che qualcuno consuma in diretta davanti al televisore, forse mangiando qualcosa, forse lamentandosi per gli effetti speciali, che, in fondo, non sono poi così spettacolari, molto meglio quelli del nuovo gioco di mio figlio, perché lì il sangue si vede davvero!
 Ma com'è stato possibile finire qui, in questo ammasso di ferro antropofago, che mi distruggerà insieme ai "nemici", che mi toglierà per sempre il sapore del mare, della barca che ho lasciato accanto al faro, mentre navigo verso l'inferno?
 È arrivato il momento di premere il pulsante: pochi secondi e tutto si fermerà, ma a differenza di mio nonno non vedrò mai in faccia i volti che avrò straziato, non sentirò le loro preghiere, invidiando che siano le mie, non avrò occhi da ricordare la notte di Natale o mani da piangere quando guarderò quelle dei vecchi di Batz e forse ci sarà un momento in cui crederò di non aver fatto nulla, di non aver nemmeno spinto quel bottone, perché da qui ti puoi illudere che tutto sia costruito, finto, inesistente, perché a sedici minuti da questo posto infame non c'è neppure una traccia di guerra.
 Ora sento soltanto il mio dito; la forza del mio corpo che lo trattiene: i muscoli rigidi, costretti allo spasimo, doloranti e contratti come a respingere una lama, il sudore che scende, il tumulto del sangue che mi esplode nelle orecchie e negli occhi.
 Mio nonno non avrebbe mai voluto che diventassi anch'io un assassino...


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